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Il corredo: pratica e norme, memorie future

A spasso fra il patrimonio immateriale locale, sono state diverse le pratiche, gli oggetti che un tempo erano di uso quotidiano, e i metodi più o meno dimenticati in cui ci siamo imbattute. 

Il corredo, o la dote, è sicuramente quello che da una prospettiva femminista ha aperto uno spettro complesso di posizioni e punti di vista. 

Da una parte il ricordo di una promessa fattaci e mai mantenuta, caduta nell’oblio che si avvicina ad una perdita. Ma anche la curiosità di saperne di più, di cercare fra le genealogie femminili del nostro passato. Dall’altra la repulsione per una pratica che per decenni ha contribuito alla naturalizzazione di uno stereotipo subalterno di donna basato su pazienza, silenziosità, maternità, cura e spazio domestico.

Questa immediata contraddizione indica complessità stratificata, chiede di aprire i cassetti impolverati e rovistare fra i ricami e le lenzuola ormai ingiallite. 

In questo contesto è difficile non partire da Rozsika Parker e da The Subversive Stitch: Embroidery and the Making of the Feminine, pubblicato per la prima volta nel 1984 e successivamente riproposto con una nuova introduzione. La Parker ( femminista, psicoterapeuta, storica dell’arte, scrittrice britannica) nei suoi contributi si è chiesta come il ricamo sia arrivato ad essere considerato una pratica propriamente femminile e quale ruolo effettivo abbia avuto nella costruzione stereotipata della femminilità, mostrando come, storicamente, il ricamo sia stato progressivamente collocato nello spazio domestico e associato a un ideale di femminilità fondato sulla pazienza, la modestia, la disciplina e la disponibilità al lavoro per gli altri. 

La distinzione moderna tra fine art e craft ha contribuito a marginalizzare queste pratiche: mentre l’arte veniva associata alla creatività individuale e alla sfera pubblica, il lavoro tessile veniva frequentemente ricondotto all’ambito domestico e alla riproduzione della vita quotidiana. 

Il contributo della Parker si impegna ad entrare nel dibattito accademico evidenziando come il ricamo non sia soltanto uno strumento di disciplinamento. Può essere contemporaneamente una fonte di piacere, competenza, creatività, relazione e autonomia. Può costringere e liberare. Può essere imposto e, nello stesso tempo, diventare uno spazio nel quale chi ricama produce qualcosa di proprio.

La successiva ricerca ha ulteriormente complicato il quadro generale, constatando come la Parker si concentrò soprattutto sulle donne bianche delle classi medie e alte in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, lasciando relativamente ai margini le esperienze delle donne della classe lavoratrice, delle donne razzializzate e degli uomini che ricamavano. E’ chiaro che la categoria del “ricamo femminile”, quindi, non può essere applicata come universale e immutabile. Deve essere interrogata in relazione ai diversi contesti sociali, economici e culturali.

Allora che valore assume il corredo in Puglia? Una Puglia fortemente caratterizzata da una struttura sociale nella quale il destino matrimoniale e domestico delle donne era fortemente codificato: preparare il corredo significava prepararsi alla vita che ci si aspettava di condurre. 

Ma in un’ottica di riappropriazione dei saperi, di messa in luce sulle pratiche rese invisibili, il corredo racconta anche chi ha insegnato a ricamare, quanto tempo ha trascorso imparando, quali motivi ha scelto, quali tecniche ha sviluppato, quali errori ha corretto, quali persone hanno lavorato insieme.

Il corredo è quindi contemporaneamente istituzione e pratica, norma e invenzione, obbligo e possibilità.

In questo contesto risulta particolarmente rilevante il contributo di Bottarelli, Rodriguez Schon e Celi ( Intergenerational Hope: Detaching Embroidery from the “Tradwife” Phenomenon) che analizzando alcuni manufatti appartenuti a 3 generazioni mettono in luce l’aspetto temporale non lineare e intergenerazionale del corredo. 

I “pezzi” del corredo vengono suddivisi tra le figlie, che a loro volta aggiungono nuovi pezzi, secondo le proprie capacità tecniche e preferenze estetiche. Il corredo diventa così un oggetto composto da tempi diversi: qualcosa che appartiene contemporaneamente al passato di una famiglia e al futuro di chi lo riceverà. 

Il corredo permette inoltre di leggere la genealogia femminile attraverso una forma di eredità diversa da quella istituzionalmente riconosciuta.

Il matrimonio poteva comportare la perdita del cognome materno e l’ingresso nella linea nominale del marito. In alcuni contesti, anche la trasmissione della proprietà economica e immobiliare privilegiava la linea maschile. Il patrimonio riconosciuto passava dunque attraverso il nome e la proprietà.

Parallelamente, lungo la linea materna poteva sopravvivere un’altra forma di patrimonio: quello incorporato negli oggetti e nelle competenze. Una sorta di archivio materiale della genealogia femminile.

Bottarelli, Rodriguez Schon e Celi nel loro contributo, optano per una rilettura del corredo alla luce degli “studi sul futuro”. Una ragazza poteva ricamare lenzuola per una casa che non esisteva ancora, per un marito che forse non conosceva ancora, per figli che non erano ancora nati. E poteva persino realizzare oggetti destinati a persone che non avrebbe mai incontrato.
Questa dimensione modifica profondamente il significato del lavoro. Il ricamo non produce soltanto un oggetto: produce una relazione con il futuro; una forma di cura anticipata.

Il Design Futures non si limita a prevedere ciò che accadrà: utilizza oggetti, pratiche e prototipi per interrogare ciò che potrebbe accadere e per rendere immaginabili alternative. Il lavoro di Bottarelli, Rodriguez Schon e Celi interpreta proprio il ricamo come una forma di future making: una pratica materiale attraverso la quale il futuro viene non soltanto immaginato, ma sperimentato e incorporato nel fare. 

È qui che il tema contemporaneo del tradwife diventa particolarmente interessante.
Il movimento tradwife, esploso soprattutto sui social media negli ultimi anni, ha contribuito a estetizzare una versione idealizzata della domesticità, associando attività come cucina, cura della casa e artigianato a un’immagine di femminilità tradizionale e naturale. Il paper di Bottarelli, Rodriguez Schon e Celi mette in relazione questo fenomeno con il rischio di separare le pratiche artigianali dalla loro storia sociale, dai corpi in piazza, dalle lotte fatte e quelle ancora da fare.

Il problema, tuttavia, non è il ritorno al ricamo. Il problema è quale storia raccontiamo quando ritorniamo al ricamo.

Se mostriamo soltanto la bellezza delle lenzuola, la lentezza del gesto, l’atmosfera domestica e la nostalgia per un passato apparentemente più semplice, rischiamo di cancellare le condizioni materiali dentro le quali quel lavoro veniva prodotto.

Ma esiste anche il rischio opposto: considerare ogni forma di ricamo tradizionale esclusivamente come una pratica di oppressione contribuisce ad alimentare una gerarchia dei saperi, ad invisibilizzare pratiche comunitarie che hanno contribuito a ciò che oggi è presente e ieri era futuro. 

Bibliografia:

Bottarelli, C., Rodriguez Schon, V., & Celi, M. (2026). Intergenerational Hope: Detaching Embroidery from the “Tradwife” Phenomenon. Journal of Futures Studies, 30(4), 23–37. https://doi.org/10.6531/JFS.202606_30(4).0003. Articolo completo

Parker, R. (2010). The Subversive Stitch: Embroidery and the Making of the Feminine. London: I.B. Tauris.

Johnson, L. (2024). Editor’s Introduction: Needlework and Identity. Winterthur Portfolio, 58(1). https://doi.org/10.1086/733221

Autrice: Francesca Cannone

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