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Camille: racconti da un pianeta possibile

I DIAVOLI NERI MUOIONO SUL FONDO
Sul fondo, dicono, vivono i diavoli;
E con loro, vivono anche i diavoli neri. Non ho idea di come siano fatti. Chi li conosce li descrive così:
sopravvivono schiacciati da intere colonne d’acqua, si muovono lentamente, viaggiano sempre da soli, non
hanno paura di nuotare nel buio, e respirano quel poco che resta laggiù.
Alcun* ci sono stat*, dicono che è un posto dove la luce non penetra, ma loro vivono lì, e quella è casa loro.
Tuttavia, è bene che i diavoli neri rimangano sul fondo.
Loro non sono fatti per la superficie, nemmeno quando muoiono. Il confine l’ho tracciato io: io sono in
superficie, e loro sul fondo e così non ci incontreremo mai. Mi viene il voltastomaco solo a pensarci.
Se un giorno dovessimo incontrarci, allora traccerò un confine più grande, più ampio. Magari si, allora non ci
incontreremo mai più e staremo al sicuro;
sulla superficie, nel nostro paradiso terrestre e luminoso.
I diavoli neri, però sai, si vedono lo stesso ogni tanto.
Sono duri, non scompaiono. Se vi chiedeste chi li ha chiamati così sono stata io: perché sono brutti, perché
devono fare paura, perché sono pericolosi, abitano e vivono negli inferi della terra. Chi ci è sceso ha detto
che non si vede niente, che non si sente niente, che chi riesce a vivere lì, non può essere altro che questo: un
diavolo, un diavolo nero;
e un diavolo nero si sa, deve morire sul fondo.
Sulla superficie non c’è spazio per lui, e nemmeno per i suoi fratelli diavoli,
neri.
I diavoli neri però emergono, perché sanno quando è il momento, sanno quando il fondo non è più il posto
giusto, e da qualche parte dovranno andare.
Perché da noi? Perché sulla terra ferma, a rubare i raggi del nostro sole, le nostre fortune, e i nostri tesori?
Allarghiamo la superficie, li manderemo più giù, i diavoli neri rimarranno lì e si adatteranno;
e moriranno a quel punto, moriranno sul fondo.
Ma i diavoli neri, ahimè lo sanno, che se non ci sarà più respiro,
più tempo, più forza, più energie, dovranno andare in superficie, perché in superficie si muore.
In superficie c’è la tomba dei diavoli neri, e non possono fare alcunché.
Io la superficie la allargo, ma loro no, non si rimpiccioliscono, resistono, si liberano e salgono su.
Salgono su e muoiono, e li vedono tutt*, si spaventano.
Perché i diavoli neri sono orribili:
riescono ad amare sul fondo, riescono a morire in superficie, ed io, io che il fondo non l’ho visto mai, che ho
paura del buio, del disorientamento, di perdere i punti cardinali, se qualcuno ci vive, si moltiplica,
resta,
allora sul fondo si può abitare. Ed io ho paura di sapere che c’è.
Nei miei incubi a volte lo sogno, di seguire il diavolo nero sul fondo.
In quest’incubo io non sono tanto diversa dal diavolo nero: le mie pinne hanno solo un’altra forma e le mie
branchie hanno un’altra dimensione e funzionano solo in un’altra maniera. Mentre sono sul fondo poi, ad un
certo punto mi rendo conto della nostra somiglianza e la mia illusione di separazione. E se anche io un
giorno volessi vivere sul fondo?
I diavoli neri muoiono sul fondo, ed è vero. Ma a volte muoiono anche in superficie.
Spero di non incontrarli mai.

Autrice: Giada Maria Anna de Ruvo
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Di Muro in muro 

La prima volta accadde per caso.

Marianna stava tornando a casa, attraversando il solito sottopasso tappezzato di graffiti, scritte, murales: l’enorme bicicletta all’ingresso le incuteva sempre un po’ di terrore come se potesse balzare fuori dal muro ed investirla ma poi l’immagine della donna distesa in costume anni cinquanta la rasserenava, il disegno del prato da cui spuntavano bottiglie di plastica al posto dei fiori invece la faceva sorridere. 

Quella sera aveva  la testa piena di pensieri : progetti da finire, controllare i compiti della piccola Sara, rispondere alla chat di classe, svuotare l’asciugatrice.

Proprio mentre passava davanti al murale della donna distesa,  il rumore stridulo del treno sopra di lei, la portò a chiudere gli occhi e PUFF scomparve. Non era più nel sottopasso, né dentro né fuori.

Riaprì gli occhi, si trovò sdraiata sulla sabbia. Un’ape le parlava, ronzando con un fruscio sottile che finiva dritto nei pensieri. «Finalmente qualcuno mi ascolta, qui mancano i fiori, non fiorisce più niente, solo scritte e disegni di odio e di lotta .» E poi puff era di nuovo lì, cosa era accaduto?

Il murale l’aveva risucchiata o era stata solo la sua immaginazione? Ci provò  ancora il giorno dopo, tornò nel sottopasso, ancora l’attesa del passaggio di un treno e PUFF entrò nell’immagine di un San Nicola in tuta e scarpette, gran maestro di Pilates che combatteva l’oste con l’elastico sottile e imprigionava l’emiro che rapì Diodato nel tappetino da yoga, salvò le sorelle dal padre Magnaccia lanciando a lui due pesetti rosa da tre chili sulla testa . 

Nei giorni seguenti Marianna , ci provò ancora più e più volte,  entrando ed uscendo dalle immagini dei muri. 

Scoprì  di avere un dono, poteva entrare nei disegni sui muri, nelle locandine incollate alla parete , nelle pubblicità sui cartelloni. Ogni giorno si ritagliava un momento per una piccola avventura, sceglieva con cura l’immagine per diventarne parte e viaggiare al suo interno. Un pomeriggio finì in un corridoio  pieno di scritte femministe, dove  due ragazze discutevano animatamente, notò una frase  “Dal capezzolo non si alza il volume” accanto era disegnata una radio con due cursori-capezzolo, sentì uno strano senso di fastidio doloroso. Un’altra volta ancora si ritrovò dentro un disegno futurista in cui pac man  parlava in dialetto barese e le piante di pomodoro comandavano la città al grido di “Non toglieteci dalla focaccia  o vi riempiremo di semi la faccia ”.

Ogni volta dopo il viaggio ne usciva diversa, più  sciolta, più ironica, più viva. Una mattina in una toilette dell’università , finì dentro un cuore disegnato con lo spray e camminò a lungo nel perimetro del cuore  senza mai riuscire ad arrivare al centro, non riusciva ad arrivare al cuore del cuore .

Il potere di Marianna diventò un’abitudine. Dapprima lo tenne segreto, poi lo rivelò alla sua bambina . Un pomeriggio sparì per ore. Nessuno la trovava. Tornò con gli occhi pieni di mare, sabbia fra i capelli e nelle scarpe. 

«Dove sei stata, mamma?» le chiese la piccola Sara.

«In un disegno, amore mio. C’era scritto: “San Nicola difendici tu dall rizz vacand ” e c’era  San Nicola vestito con l’abito d’oro e da una tasca spuntava l’elastico da pilates ed iniziò a colpire la maestra truffaldina che intasca i soldi per i libri dell’incontro con l’autore swap un colpo, due borseggiatrici sul 12 sbarrato e swap un colpo di elastico, e poi ancora swap, swap colpi ai  lacchè, politici corrotti,  ministri senza cuore e senza idee, voltagabbana e voltadolce, un colpo per i tre bulletti del quartiere, un colpo agli artificieri della mezzanotte . 

Sara rise,  non credeva fosse davvero possibile “Posso venire anch’io nel muro la prossima volta mamma? “

Marianna la guardò a lungo. Era combattuta, temeva potesse essere pericoloso per la sua bambina vivere in una realtà con  troppa immaginazione, poi annuì e sorrise e Sara annuì e rise, la sua mamma la  portò lì dove tutto era cominciato, nel sottopasso, aspettarono  il passaggio del treno chiusero gli occhi e PUFF . La magia avvenne.

Il murale con il polpo in tutù le insegnò a danzare il tip tap, una cozza con le scarpe da tennis le applaudiva . Si illuminò una scritta  “Supportiamo gli artisti con la sadaka”  e Marianna  pianse  per la commozione,  non è forse quello che cercano gli artisti, ascolto, spazio e  fiducia  incondizionata verso il processo e non il risultato?  In un angolo di città dimenticato, visitó il  disegno di due bambine alate che con fatica  ripulivano il cielo dalle parole cattive. Da lì in poi, Marianna  cercó di usare un linguaggio di gentilezza e gratitudine sempre con tutti, Sara tornò dal viaggio canticchiando  la canzone dei pomodori. Non era scontato che  le immagini   fossero sempre amichevoli. Alcune graffiavano, altre lasciavano addosso un senso di paura o imbarazzo. Altre mentivano. In uno strano graffito, venne imprigionata per un’ora da una scritta verde acido che urlava “Performa o muori”. In un altro, una crudelia impellicciata  e pixellata le domandava : «Che futuro vuoi? Quello che puoi cliccare o quello che puoi coltivare?  e ricorda entro mezzanotte devi  rendicontare.»

Non rispose ma da quel viaggio ne uscì provata, da quel giorno scelse di riempirsi le tasche  di  semi di papavero, girasole e pomodoro . 

Tornarono spesso nel muro ed ora 

Marianna guida passeggiate urbane per gruppi classe di curiosi e turisti coraggiosi . Porta bambini e adulti a dialogare con i muri, i disegni, le immagini e  le figure. Qualcuno la prende per pazza. Ma quelli che ci provano davvero, quelli che in quei muri ci entrano davvero tornano sempre con gli occhi lucidi. Alcuni dicono di aver sentito i pomodori  cantare,  altri raccontano di space invaders che camminano di notte lanciando razzi fluorescenti o forse sono solo le magnotte che camminano sui muri. 

Quando le chiedono se è tutto vero, lei sorride e risponde 

«La verità è nei muri, basta fermarsi a leggere e  guardare.» La  piccola Sara sempre  accanto a lei,  sorride con in tasca semi di pomodoro girasole e papavero,  ha imparato a lanciarli nel vento, a farli cadere dalla mano dove il terreno sembra più arido, perché il futuro va coltivato un semino per volta, nei muri, nelle crepe dell’asfalto, negli spazi dimenticati e dovunque  gli artisti ancora hanno voce per raccontare .

Autrice: Marianna Ezia Di Muro 

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Ciò che abbiamo ferito

In quel lembo di terra c’erano solo radici.

Spuntavano dal terreno fangoso della laguna come corde bagnate, si aggrovigliavano sul suolo in una trama fitta. Camminavo sui loro dossi irregolari, il tablet stretto tra le mani, attenta a non perdere l’equilibrio. 

Da lontano, sentivo il mormorio del vento che attraversava gli arbusti salmastri, i tronchi cavi delle vecchie torri eoliche ormai ricoperti di rampicanti, le distese di fichi selvatici e degli antichi ulivi mutati. Un ecosistema sopravvissuto a centinaia d’anni di mutamenti climatici e sfregi umani; un mondo abbandonato, che ero stata mandata lì come Biochimica per studiare, interpretare. Ma che rifiutava di farsi conoscere.

Mi fermai, alzando il tablet davanti a me. Guardai lo schermo senza troppe aspettative: il Programma di Analisi mi restituì di nuovo dei dati che non avevano senso.

Erano settimane che immettevo nel sistema dati e campioni biologici, fisici e geochimici dell’aria, dell’acqua e del terreno. Ogni tentativo di interpretare i dati produceva errori o valori impossibili: i macchinari sembravano incapaci di leggere ciò che l’ambiente stava restituendo, e non riuscivo a capirne il motivo.

Mi sedetti su un tronco cavo, accanto a dei ciuffi spinosi di fiori rosa vivido. Il sudore si raccoglieva al bordo della tuta biotermica, pizzicandomi il collo. 

Toccai l’auricolare e avviai la chiamata con la Base Centrale.

“Stazione di Superficie a Base Centrale. Qui Dottoressa Elisabeth Marini, dal Salento Lagunare. Mi ricevete?”

Dall’altra parte la voce metallica del responsabile della missione.

“Base Centrale a Stazione di Superficie. Riceviamo.”

“Rapporto del 12/11/2315. Ancora errori di rilevazione. Dalla Centrale siete riusciti a capirne di più?”

“Negativo.”

“E riguardo alle altre aree esaminate?”

“Arcipelago delle Murge, negativo; Paludi del Tavoliere, negativo. Stessi errori di rilevazione. Non riusciamo a capire se ci sono aree adatte per il ripopolamento.”

“Dichiariamo conclusa la missione?” chiesi, mentre lo stomaco si chiudeva in una morsa all’idea di dover tornare a casa: un mondo al collasso, caotico, dove la vita era diventata così tossica e malsana da spingere i Governi e le grandi Corporation a finanziare programmi per ripopolare proprio quei luoghi che avevano contribuito a devastare.

“No” la voce del responsabile mi riportò nel mondo umido, silenzioso. “Verifica lo stato dei sensori installati, sembra non ricevano alcun segnale.”

“Ricevuto” risposi.

Uscii barcollando dalla piana delle radici e mi incamminai su quello che rimaneva delle vecchie strade, dissestate e ricoperte da vegetazione. Ai lati, resti di vecchi pannelli solari emergevano a tratti tra le distese di felci e palmizi. Mi diressi verso la zona dove avevo installato i sensori. Il termostato portatile segnava 29 gradi, l’umidità era all’80%. 

Analizzai le sottili antenne piantate nel terreno fangoso. Funzionavano a intermittenza, accendendosi per qualche istante per poi spegnersi per lunghi minuti. Accesi il biorilevatore, puntandolo sulle piante e sul terreno attorno a me. Le interferenze erano le stesse: la terra era viva, l’ambiente pulsava, ma il come, quei dati, quella energia, non riuscivano a essere inquadrati in nessun parametro scientifico.

Sospirai, scuotendo la testa, e richiamai la Base. 

“Qui Stazione di Superficie. I sensori della fascia lagunare sulla Costa del Canale d’Otranto sono andati.”

“Cosa rilevi?”

“Interferenze, che causano interruzioni di energia inspiegabili.”

Poi alzai lo sguardo, e la vidi. Una bambina, color dell’ambra. Era scalza, indossava un vestito di materiale grezzo. Poteva avere 6 o 7 anni. Sotto la sua pelle, venature dai riflessi azzurri pulsavano lievi. Mi guardava, gli occhi del colore del fango e dell’acqua insieme.

“Cos’è quella?” disse indicando il sensore

“È un sensore” risposi con un filo di voce

“E che cos’è?” mi chiese

“Dottoressa, con chi parla?” il tono arrivò ruvido dall’auricolare

“Base” mi schiarì la gola “rilevo presenza umana”

“Non è possibile. Nessuna presenza umana è stata registrata nell’area costiera di Otranto” 

La bambina si avvicinò al sensore. I sottili led si accesero, ma quando le sue dita sfiorarono le estremità, la luce si spense di colpo. Poi tornò a pulsare, incerta, quando si allontanò. Era lei a causare le interferenze.

“È divertente!” sorrise, scoprendo una fila di denti che sembravano perline.

“Dottoressa, risponda. Faccia rapporto immediatamente!”

D’istinto, puntai il biorilevatore verso la bambina. Sul display del tablet comparve una linea, che si sovrappose a quelle che erano state registrate per il terreno e per la vegetazione attorno. Frequenze umane, frequenze vegetali: non c’era distinzione. La bambina e l’ambiente attorno a lei erano un unico organismo.

“Base, procedo al contatto con gli abitanti del posto.”

Spensi l’auricolare senza aspettare la risposta.

 

La bambina mi condusse a quelle che dovevano essere le torri di un vecchio castello, al quale erano attraccate imbarcazioni leggere.

Continuavo a puntare discretamente il biorilevatore sulle persone attorno a me, che mi guardavano diffidenti. Ricevetti lo stesso responso che avevo ricevuto con la bambina: tutte le persone erano integrate, connesse in un’unica forma di vita con l’ambiente circostante. 

La bambina corse via. Si avvicinò una donna, la pelle color ambra, grandi occhi e labbra carnose, bruni capelli raccolti in una grande treccia. E le vene che pulsavano di una luce azzurra. 

 “Vieni dal vecchio mondo?” mi chiese.

Ma siete voi il vecchio mondo pensai, confusa  

“Sì” 

“Come ti chiami?”

“Elisabeth” 

“Aya. Dopo la stagione delle piogge, noi veniamo a vivere qui” disse, allargando il braccio verso le persone che stavano mettendo su un rudimentale accampamento. Avevo sentito parlare delle “Comunità del Margine”, persone che vivevano al limite della rete infrastrutturale. Ma non avevo mai immaginato che potessero essere al margine persino dell’umano. Così al margine da diventare altro.

 Aya mi guardava. 

“Vecchio mondo” ripeté “Non potete vivere qui. Non siete cambiati.

“Voi sì?” chiesi dubbiosa

Aya alzò una mano. “Natura” disse guardandola. Poi alzò l’altra “Il Vecchio mondo” disse, e fece un cenno al biorilevatore, ai frammenti di pale eoliche che emergevano dalle acque cristalline nel mare aperto. “E poi, i pannelli del sole, le reti dei fili sottoterra, quelli che toccavano il cielo e adesso cadono come liane sugli alberi” aggiunse.

Le sue mani erano di fronte l’una all’altra, poi le unì in uno scatto, intrecciando le dita.
“Questo” disse. 

Adesso capivo: natura e tecnologia, e con essa le persone, erano un’unica rete, viva. I parametri che usavo, semplicemente erano inadeguati a leggere quel mondo nuovo.

“Adesso puoi scegliere” disse “Restare e mettere radici. O tornare dove tutto muore, e dimenticare.”

Non so quanto tempo sia passato da quando ho interrotto il contatto con la Base. Qui il tempo non serve, tutto scorre secondo il respiro regolare della laguna, dei venti e delle piogge. Da tempo non avevo più fame come prima. Restare alla luce bastava: il mio corpo aveva imparato a nutrirsi come gli alberi, a trasformare il sole in nutrimento. 

Avevo imparato i Canti delle Radici. Era così che comunicavano tra loro le Comunità del Margine. Ogni persona confluiva nella frequenza elettrica del suolo, nei battiti sottili delle piante. Il canto serviva a sentire se la terra stava bene, a ricordare chi eravamo, a riparare, a chiedere aiuto.

Stanotte sono venuti dal vecchio mondo. Ho consegnato i miei ultimi dati — e una parte di me: una valigetta con campioni biologici, tessuti, codice genetico. La prova del mio innesto profondo, irreversibile. Il velivolo si alza, ronzando cupo sopra la laguna. Lontano da qui, quando apriranno la valigetta, oltre alle provette troveranno il mio messaggio: non cercate di riparare ciò che avete rotto. Diventate ciò che avete ferito.

Più in là, Aya e gli altri camminano nella foschia che si alza dal mare, pronti a migrare prima delle grandi piogge. Li raggiungo, inghiottita dalla nebbia.

Autrice: Marzia Stenti

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