Patrimònio: un termine-mondo che dall’origine si definisce come significato intrinsecamente sessuato e parziale.
Dal latino patrimonium, derivato da pater, ‘padre’, e munus, ‘compito’, esso ha ricoperto nel tempo significati apparentemente diversi: originariamente indicava il dovere morale ed economico del capofamiglia di amministrare i beni e provvedere al sostentamento della prole; successivamente il termine-mondo è slittato a indicare l’insieme dei beni stessi che il padre trasmetteva in eredità ai propri discendenti, per approdare infine ad essere considerato come un complesso di beni, diritti e ricchezze appartenenti a una persona, a un’azienda o a una collettività ( come nel caso del patrimonio culturale). Il filo rosso teso ad unire epistemologicamente il significato di patrimonio, pare essere in ciascuno di questi casi, il fatto che esso è “amministrato”, “veicolato” da voci singole e dunque specificatamente posizionate, anche quando in riferimento ad un patrimonio collettivo.
Da una prospettiva foucaultiana, il patrimonio è inserito in relazioni di potere/sapere: i significati culturali vengono prodotti all’interno di sistemi di autorità, piuttosto che esistere come realtà neutre o autoevidenti. Sono istituzioni quali l’UNESCO, i musei e le comunità di esperti a svolgere il ruolo centrale di definizione rispetto a ciò che può essere riconosciuto come patrimonio legittimo, influenzando così i processi di inclusione ed esclusione. Inutile sottolineare come questo meccanismo generi una visibilità selettiva delle pratiche culturali: alcune forme di conoscenza vengono riconosciute e istituzionalizzate, mentre altre rimangono marginali o invisibili.
Sempre più all’interno della letteratura accademica (Gender studies, decolonial studies, Critical Heritage Studies) è possibile rintracciare uno sforzo di risignificazione: proprio sulla base di ammissione dei regimi di verità, il patrimonio culturale ha sempre fatto riferimento ad una appartenenza della sfera pubblica, abitata da specifiche caratteristiche di genere, razza e classe.
In questo meccanismo di selezione i saperi femminili sono stati prevalentemente definiti come attività di cura o conoscenze strettamente associate alla casa e allo spazio privato, anche per questo i primi sforzi dei movimenti femministi sono stati direttamente legati a pratiche di archiviazione.
Da una prospettiva femminista, il patrimonio culturale non è neutrale rispetto al genere. Al contrario, riflette disuguaglianze strutturali nei processi di riconoscimento e valorizzazione della conoscenza.
I contributi delle donne alla continuità culturale sono stati spesso esclusi dai quadri ufficiali del patrimonio o relegati alle categorie di “folklore” e “tradizione”, anziché essere riconosciuti come forme legittime di produzione culturale. Come sostiene Laurajane Smith (2006) nella sua critica all’Authorized Heritage Discourse, le istituzioni patrimoniali tendono a riprodurre narrazioni culturali dominanti che oscurano forme alternative di produzione della conoscenza. I Feminist Heritage Studies mirano quindi a rendere visibili le dimensioni di genere dell’autorità culturale, ripensando le pratiche quotidiane e domestiche come elementi centrali del patrimonio culturale, e non come aspetti marginali. Al fine di attivare questa risignificazione l’etnografia e l’antropologia femministe offrono strumenti metodologici e teorici per recuperare e valorizzare forme di conoscenza storicamente marginalizzate nei contesti accademici e istituzionali. Studiose come Sherry Ortner (1974) e Lila Abu-Lughod (1991) hanno evidenziato l’importanza di collocare l’analisi culturale all’interno dell’esperienza vissuta, prestando particolare attenzione alle pratiche quotidiane, alle conoscenze incarnate e alle forme narrative spesso trascurate dalle epistemologie formali. Abu-Lughod (1991), in particolare, propone un approccio definito writing against culture, che mette in discussione rappresentazioni essenzialiste e statiche dei sistemi culturali. Al loro posto, valorizza forme di conoscenza parziali, situate e relazionali, sottolineando l’importanza della voce, della soggettività e dell’esperienza vissuta nella ricerca etnografica.
Questa riconversione dei saperi è direttamente legata anche agli approcci decoloniali, i quali interrogano criticamente le basi coloniali dei sistemi di produzione della conoscenza e delle classificazioni patrimoniali. Facendo riferimento agli studi di Walter Mignolo (2011) e Aníbal Quijano (2000), questo approccio sostiene che le epistemologie moderne siano state modellate da strutture di potere coloniali che continuano a definire cosa possa essere considerato conoscenza, cultura e patrimonio legittimi. Da una prospettiva decoloniale, le istituzioni patrimoniali, spesso fondate su epistemologie occidentali e su sistemi di governance globale come quelli dell’UNESCO, tendono a universalizzare specifiche norme culturali, marginalizzando sistemi di conoscenza locali, indigeni e subalterni.
Questa dinamica è descritta da Quijano come parte della colonialità del potere, ovvero la persistenza delle gerarchie culturali anche dopo la fine formale del colonialismo. Mignolo sviluppa ulteriormente il concetto di disobbedienza epistemica, invitando al riconoscimento e all’attivazione di forme alternative di conoscenza storicamente escluse dai quadri dominanti.
Nel contesto del patrimonio culturale, ciò implica il passaggio da modelli di conservazione verticali e guidati dagli esperti a interpretazioni plurali, comunitarie e localmente situate del valore culturale mettendo in discussione le pretese universalistiche dei discorsi patrimoniali tradizionali e sottolineano l’importanza della diversità epistemica, dell’autonomia delle comunità e dell’autodeterminazione culturale.
- Foucault, M. (1972). The Archaeology of Knowledge and the Discourse on Language. Pantheon Books.
- Foucault, M. (1980). Power/Knowledge: Selected Interviews and Other Writings, 1972–1977. Pantheon Books.
- Smith, L. (2006). Uses of Heritage. Routledge.
- Harrison, R. (2013). Heritage: Critical Approaches. Routledge.
- Waterton, E., & Smith, L. (2010). The Recognition and Misrecognition of Community Heritage. International Journal of Heritage Studies.
- Smith, L., Shackel, P., & Campbell, G. (a cura di) (2009). Heritage, Labour and the Politics of Care. Left Coast Press.
- Waterton, E. (2010). Politics, Policy and the Production of Heritage.
- Abu-Lughod, L. (1991). Writing Against Culture.
- Behar, R. (1996). The Vulnerable Observer. Beacon Press.
- Mignolo, W. (2011). The Darker Side of Western Modernity. Duke University Press.
- Smith, L. (2006). Uses of Heritage.
- Smith, L. (2012). Decolonizing Methodologies in Heritage Studies.
Autrice: Francesca Cannone
