Attraverso il progetto Ecologies of Care abbiamo già ampiamente riflettuto sulle conseguenze biocapitaliste della realtà precaria che abitiamo.
A partire dagli anni Ottanta, e ancor più dalla metà del decennio successivo, la flessibilità del lavoro è stata invocata da più parti come bisogno urgente e inevitabile, connaturato allo sviluppo del nuovo sistema economico, produttivo e organizzativo post-fordista.
Sembra una garanzia occupazionale il fatto di scrivere nei nostri CV “persona altamente flessibile”, “capacità di gestione di carichi di stress elevati”.
La traduzione pratica neo-liberista del termine flessibile, appare più vicina ad una opacizzazione tra vita privata e vita professionale, una liquidità tra spazio intimo e perfomativo, tra relazioni affettive e di auto-imprenditorialità piuttosto che alla promessa di superare le congiunture economiche globali rispondendo tempestivamente all’instabilità dei mercati e contribuendo così all’aumento generalizzato del benessere.
“ i processi di flessibilizzazione siano stati inizialmente presentati proprio come una soluzione per le donne, sia rispetto alla loro esigua partecipazione al lavoro retribuito in Italia (nel 2009 si registra il 46,3% a fronte del 58,4% della media europea), sia come risposta ai problemi di conciliazione, dando per scontata l’assenza degli uomini nei lavori domestici e familiari. La retorica dominante costruita intorno ai lavori atipici ha infatti assunto le diverse forme di lavoro flessibile come vantaggiose per la componente occupazionale femminile.”
Ciò su cui non avevamo riflettuto abbastanza è il senso di colpa generalizzato, la stanchezza collettiva e persistente che tale processo sociale è stato capace di generare.
E’ bastata una giornata al mare per ricordarcelo perché “la società della stanchezza […] ha fatto diventare pure le spiagge di Bali dei campi di lavoro.”
Il filosofo Byung-Chul Han nel saggio “La società della stanchezza” mette a punto questo cambio di paradigma, intercorso fra la società “immunologica” (fordista) e la nostra, connotata da n.4 disturbi portanti: depressione, DHD, borderline e burnout. La differenza portante è che la prima è caratterizzata da fenomeni esterni, virus persistenti che possono essere abbattuti grazie a difese immunitarie, la seconda, invece, assorbe le minacce esterne dentro di sé.
“Il soggetto contemporaneo non è più vincolato dall’esterno, ma si autosfrutta dall’interno. L’individuo postmoderno non obbedisce a un’autorità repressiva, bensì a un imperativo della prestazione che ha interiorizzato, convinto di agire per scelta, esprimendo così la propria libertà.”
Questo è il punto cruciale: il soggetto neoliberale non percepisce la propria condizione come oppressiva, perché il potere non si manifesta più attraverso la proibizione, ma attraverso un sovraccarico di possibilità.
Tradotto? Non solo siamo sfruttate dalla precarietà sistemica, facciamo parte del sistema produttivo di tale precarietà che come risultato ha il senso di colpa per il tempo libero, auto-giudizio per i momenti di svago senza scopo professionalizzante e una ricerca costante verso iper specializzazione.
Il nostro Curriculum assume fattezze di un’autobiografia, nella quale i momenti di vita, gli spazi vuoti fra un lavoro e l’altro sono motivo di frustrazione e abbassamento dell’autostima.
Il senso di colpa non si manifesta soltanto come effetto secondario della precarietà, ma come una vera e propria condizione strutturale del tempo vissuto. Il tempo non produttivo non è mai pienamente libero, ma permane in uno stato di sospensione valutativa: ciò che dovrebbe essere riposo viene immediatamente convertito in occasione mancata, in tempo sottratto alla propria “versione migliore”. Ne deriva una forma di interiorizzazione del giudizio che trasforma l’individuo in un dispositivo di sorveglianza di sé: ogni pausa richiede giustificazione, ogni attività non finalizzata alla performance necessita di essere tradotta in utilità indiretta. Anche il tempo libero diventa così uno spazio di verifica, in cui il soggetto misura il proprio valore non per ciò che è, ma per ciò che potrebbe diventare.
Si potrebbe concludere attraverso un salto immaginativo o motivazionale, su come comprendere tale condizione sia necessario per superarla: ma non potrebbe essere questo stesso slancio una forma di mantenimento attivo della produzione?
Bibliografia
- Price, Devon, Laziness Does Not Exist, Atria Books, New York 2021.
- Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, trad. it. di Federico Bucci, Nottetempo, Milano 2012
- Annalisa Murgia, Dalla precarietà lavorativa alla precarietà sociale. Biografie in transito tra lavoro e non lavoro ,I libri di Emile
- Murgia, A., Poggio, B. (2012) “I giovani tra lavoro e non lavoro. Storie di equilibri instabili in una prospettiva di genere” in Sociologia del lavoro, n. 124, pp. 166-181
Autrice: Francesca Cannone
