Silvia Federici Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons.
Nel pensiero di Silvia Federici, il rapporto tra capitalismo e violenza di genere viene interpretato come una relazione strutturale e storicamente situata, che si intensifica in modo particolare a partire dagli anni Settanta con l’espansione dei processi di globalizzazione e la ristrutturazione neoliberale dell’economia mondiale. In questa prospettiva, l’aumento della violenza contro le donne non è un fenomeno contingente o esclusivamente culturale, ma si configura come parte integrante delle dinamiche di accumulazione capitalistica e di controllo sociale. Federici mette inoltre in evidenza come tali trasformazioni abbiano prodotto nuove forme di repressione che possono essere lette come una riedizione contemporanea delle “caccia alle streghe”, in particolare nei contesti dell’America Latina, dove movimenti femministi e comunitari sono spesso in prima linea nelle lotte contro l’estrattivismo, la privatizzazione delle terre e i regimi autoritari. In questi contesti, la violenza si esercita anche attraverso dispositivi paramilitari e forme di criminalizzazione delle pratiche di difesa dei territori.
All’interno di questo quadro teorico, Federici propone una lettura del femminismo in chiave materialista, in opposizione a interpretazioni psicologizzanti o individualizzanti della violenza e della soggettività. L’analisi si concentra infatti sulle condizioni materiali della riproduzione sociale, evidenziando come le forme di oppressione di genere siano strettamente connesse ai processi di produzione e alla logica di massimizzazione del profitto tipica del capitalismo contemporaneo. In questo senso, la violenza non è separabile dall’organizzazione economica della società, ma ne costituisce uno dei suoi elementi costitutivi.
Un nodo centrale del pensiero di Federici riguarda la teoria e la pratica dei commons, intesi non come semplice gestione condivisa di risorse, ma come principio politico e sociale alternativo alle logiche del mercato e dello Stato. I commons vengono infatti proposti come una forma di organizzazione della vita collettiva basata sull’autogoverno, la cooperazione e la responsabilità condivisa nell’accesso e nella gestione dei beni fondamentali. In questa prospettiva, essi si contrappongono sia alle logiche neoliberali di privatizzazione sia alle derive identitarie e autoritarie che possono caratterizzare alcune retoriche populiste dei “beni comuni” intesi in senso escludente o conservatore.
Federici insiste inoltre sul fatto che i commons emergono storicamente anche come risposta ai processi di globalizzazione che hanno progressivamente smantellato o reso invisibili forme preesistenti di organizzazione comunitaria. In questo senso, il commoning non rappresenta un’invenzione ex novo, ma spesso una riattivazione o rielaborazione di pratiche comunitarie già esistenti, attaccate dai processi di espropriazione capitalistica. A partire dagli anni Ottanta, si assiste infatti alla diffusione di nuove forme di commons in diversi contesti globali, in particolare nel Sud del mondo. Autrici come Vandana Shiva hanno evidenziato il ruolo centrale delle donne nella difesa dei beni comuni, soprattutto in relazione all’agricoltura, alle risorse naturali e alla sovranità alimentare.
In America Latina, tali pratiche assumono forme concrete di riorganizzazione della riproduzione sociale, attraverso esperienze come cucine collettive, orti urbani, spazi comunitari di mutuo sostegno e pratiche di ricostruzione della memoria storica, in particolare nei contesti segnati da violenze politiche e dittature. In questi casi, la produzione di memoria collettiva non è soltanto un atto di testimonianza, ma diventa una forma di infrastruttura politica capace di rafforzare la coesione sociale e la capacità di risposta delle comunità.
Un elemento centrale della riflessione di Federici è la nozione di socializzazione della cura, attraverso cui viene superata la tradizionale separazione tra sfera della protesta politica e sfera della riproduzione quotidiana della vita. La politica, in questa prospettiva, non si esaurisce nello spazio della mobilitazione pubblica, ma emerge direttamente dalle pratiche quotidiane di riproduzione sociale. I commons diventano così il luogo in cui questa distinzione viene progressivamente dissolta, trasformando la cura in una pratica intrinsecamente politica e collettiva.
Tuttavia, Federici sottolinea anche la dimensione ambivalente dei processi di commoning. Non tutte le forme di organizzazione comunitaria, infatti, producono necessariamente trasformazione sociale: alcune possono essere assorbite o “catturate” dalle logiche capitalistiche, finendo per riprodurre al loro interno forme di precarizzazione e adattamento alle condizioni imposte dal mercato. Per questo motivo, i commons non possono essere intesi come pratiche automaticamente emancipative, ma richiedono una costante attenzione alle condizioni materiali e politiche in cui si sviluppano.
Infine, i commons vengono interpretati come processi di risignificazione dei diritti e dei bisogni fondamentali a partire dalle esigenze concrete delle comunità. Essi non coincidono né con modelli istituzionali calati dall’alto né con forme individualistiche di auto-organizzazione neoliberale, ma rappresentano piuttosto tentativi situati di ridefinire collettivamente le condizioni della vita sociale, aprendo spazi di negoziazione tra pratiche comunitarie e dimensione istituzionale. In questo senso, il pensiero di Federici offre una cornice teorica in cui cura, riproduzione sociale e commons si intrecciano come elementi costitutivi di una possibile trasformazione delle forme di vita contemporanee.
La Hull House, fondata a Chicago nel 1889 da Jane Addams ed Ellen Gates Starr, rappresenta uno dei più significativi esperimenti di riforma sociale urbana e di innovazione nelle pratiche di intervento comunitario tra fine Ottocento e inizio Novecento. Collocata nel quartiere del Near West Side, in un contesto segnato da rapida industrializzazione, forte immigrazione e condizioni diffuse di precarietà materiale, la Hull House nasce come risposta alle profonde disuguaglianze prodotte dalla città industriale americana e dall’assenza di sistemi di welfare pubblico strutturati.
A differenza delle forme tradizionali di assistenza caritativa, la Hull House si ispira al modello delle “settlement houses”, basato sulla coabitazione: le riformatrici sociali non operavano dall’esterno, ma sceglievano di vivere all’interno dei quartieri popolari, condividendo quotidianamente lo spazio con le comunità residenti. Questa impostazione implicava un ripensamento radicale del rapporto tra chi eroga aiuto e chi lo riceve, orientandosi verso forme di prossimità, interazione e apprendimento reciproco. In questo quadro, la pratica sociale veniva intesa non come beneficenza unidirezionale, ma come costruzione condivisa di legami comunitari e come esercizio quotidiano di democrazia.
Le attività della Hull House erano ampie e diversificate e comprendevano servizi educativi, culturali e sociali: corsi di lingua inglese per immigrati, programmi di educazione per adulti, servizi per l’infanzia come asili e kindergarten, attività artistiche e teatrali, oltre a forme di supporto sanitario e consulenza legale. L’attenzione alla dimensione culturale e creativa rifletteva la convinzione che l’accesso all’educazione e all’espressione artistica fosse una componente fondamentale della cittadinanza e della coesione sociale.
Dal punto di vista teorico, la Hull House si fondava su una lettura della povertà e dell’esclusione sociale come fenomeni strutturali, legati alle trasformazioni economiche del capitalismo industriale piuttosto che a deficit individuali. In questa prospettiva, l’intervento sociale assumeva una valenza politica e trasformativa, configurandosi come sperimentazione di nuove forme di vita urbana e di partecipazione democratica.
Un elemento centrale dell’esperienza è il ruolo delle donne riformatrici e la ridefinizione della cura come pratica pubblica. In particolare, Jane Addams, esponente del cosiddetto social feminism, contribuì a spostare la cura dalla sfera privata e domestica a quella pubblica e istituzionale, trasformandola in uno strumento di intervento sociale e di costruzione democratica. In questo senso, la Hull House può essere letta come uno spazio in cui la cura viene politicizzata e reinterpretata come forma di cittadinanza attiva.
Accanto a questa lettura innovativa, la letteratura critica contemporanea ha tuttavia evidenziato alcune importanti ambivalenze del progetto. In particolare, la Hull House era guidata da donne bianche della classe media e medio-alta, mentre le persone coinvolte nei programmi erano prevalentemente immigrati poveri provenienti dall’Europa meridionale e orientale. Questa configurazione ha prodotto una relazione strutturalmente asimmetrica, nella quale la dimensione di coabitazione non eliminava completamente le gerarchie di classe e di razza.
Inoltre, diversi studi hanno messo in luce la presenza di dinamiche assimilazioniste, in quanto le attività educative e linguistiche promosse dalla Hull House contribuivano anche a processi di americanizzazione delle popolazioni migranti, orientandole verso modelli culturali della classe media bianca protestante. In questo senso, il progetto può essere interpretato anche come una forma di riformismo progressista interno alle logiche sociali e culturali dominanti, piuttosto che come una loro messa in discussione radicale.
Una ulteriore critica riguarda la dimensione implicitamente disciplinante di alcune pratiche, che se da un lato promuovevano emancipazione e accesso a risorse, dall’altro contribuivano alla regolazione dei comportamenti e alla normalizzazione sociale delle popolazioni immigrate. Tali elementi evidenziano come la Hull House si collochi all’interno di una tensione costante tra emancipazione e controllo sociale.
Nonostante queste ambivalenze, la Hull House rimane un riferimento fondamentale per la storia delle pratiche di community care e del lavoro sociale, in quanto ha contribuito a ridefinire il rapporto tra spazio urbano, educazione, cura e partecipazione democratica. La sua rilevanza contemporanea risiede proprio nella capacità di mostrare come le pratiche di cura comunitaria siano sempre situate all’interno di rapporti di potere, e come la costruzione di legami sociali non possa essere separata dalle condizioni materiali, culturali e politiche che le producono.
Il Colectivo Solecito de Veracruz è un movimento sociale nato nel 2014 in Messico all’interno del più ampio contesto della crisi dei desaparecidos, fenomeno legato alla violenza del narcotraffico, alla militarizzazione dei territori e alla forte complicità o inefficacia delle istituzioni statali. Il collettivo emerge nello stato di Veracruz, una delle regioni più colpite dalle sparizioni forzate, dove migliaia di persone risultano scomparse senza che vi sia stato un adeguato intervento giudiziario o investigativo da parte delle autorità.
Il movimento nasce come risposta dal basso alla mancanza di giustizia istituzionale. In assenza di risposte efficaci da parte dello Stato, le famiglie delle persone scomparse, in particolare madri e parenti stretti, iniziano a organizzarsi autonomamente per cercare i propri cari. Questa dinamica segna un passaggio fondamentale: i soggetti colpiti dalla violenza non sono solo vittime passive, ma diventano attori politici e sociali che assumono direttamente il compito della ricerca, della denuncia e della costruzione della memoria.
Una delle caratteristiche centrali del Colectivo Solecito è la pratica della ricerca sul campo. Le famiglie organizzano spedizioni in aree rurali e periferiche, spesso a rischio, per individuare possibili fosse clandestine e raccogliere indizi sulla sorte dei desaparecidos. Questo lavoro, estremamente pericoloso e psicologicamente gravoso, rappresenta una forma di auto-organizzazione della giustizia in assenza di uno Stato funzionante. Parallelamente, il collettivo costruisce archivi informali di memoria, raccogliendo nomi, fotografie e storie delle persone scomparse. La memoria, in questo contesto, non è un atto commemorativo statico, ma un processo attivo di resistenza e di affermazione dell’esistenza delle vittime contro la loro cancellazione sociale e politica.
Accanto alla dimensione della ricerca e della memoria, il Colectivo Solecito svolge anche una funzione fondamentale di supporto emotivo e sociale. Il collettivo diventa infatti uno spazio di mutuo aiuto tra famiglie che condividono la stessa esperienza di perdita ambigua e non risolta. In questo senso, la cura non è solo individuale ma viene socializzata: il dolore viene condiviso, elaborato collettivamente e trasformato in una forma di solidarietà politica. Questa dimensione relazionale è essenziale per comprendere il movimento non solo come attore di denuncia, ma anche come infrastruttura comunitaria di sostegno.
Il collettivo svolge inoltre attività di pressione politica e visibilità pubblica, organizzando proteste, marce e campagne di sensibilizzazione per denunciare l’inerzia dello Stato e sollecitare indagini ufficiali. In alcuni casi, collabora anche con organizzazioni internazionali per dare visibilità alla crisi dei desaparecidos e per aumentare la pressione sulle istituzioni messicane.
Dal punto di vista teorico, il Colectivo Solecito può essere interpretato come una forma contemporanea di “commoning della memoria e della giustizia”. Seguendo le letture femministe e materialiste della riproduzione sociale, come quelle di Silvia Federici, il collettivo mostra come pratiche di cura, lutto e memoria possano trasformarsi in infrastrutture politiche collettive. La ricerca dei corpi, la costruzione di archivi e la condivisione del dolore non sono solo risposte emotive alla violenza, ma diventano forme di organizzazione sociale che producono legami comunitari e nuove forme di soggettività politica.
Cruising Utopia: The Then and There of Queer Futurity (2009)- José Esteban Muñoz
La serie Netflix Sense8 del 2015 delle sorelle Wachowski permette di reinterpretare il concetto di cura comunitaria attraverso le categorie di empatia radicale, immaginazione collettiva e costruzione di futuri condivisi.
Il cluster è più o meno questo: individui provenienti da contesti geografici, culturali e sociali differenti, sviluppano una connessione empatica radicale capace di oltrepassare le barriere dell’individualismo. La possibilità di condividere emozioni, percezioni, ricordi e vulnerabilità costruisce una forma di comunità non fondata sull’omogeneità, ma sulla differenza e sull’interdipendenza.
Le Wachowski utilizzano la fantascienza per mostrare come, in un mondo corrotto e minacciato, l’empatia sia diventata una qualità rara, quasi un superpotere.
La serie è profondamente influenzata dal pensiero queer contemporaneo, in particolare dalle riflessioni di José Esteban Muñoz contenute nel libro Cruising Utopia: The Then and There of Queer Futurity. Muñoz concepisce il queer come una tensione verso futuri ancora non realizzati, una possibilità utopica capace di immaginare mondi alternativi rispetto all’ordine presente. La sua celebre affermazione secondo cui “queerness is not yet here” implica che le comunità queer e radicali non siano soltanto identità sociali esistenti, ma anche processi di costruzione di mondi possibili. In questo senso, la dimensione utopica non è evasione dalla realtà, bensì pratica concreta di immaginazione politica e affettiva.
Nel caso di Sense8, momenti come il discorso di coming out di Lito al Pride di San Paolo, le scene musicali collettive o le sequenze di condivisione emotiva del cluster funzionano come vere e proprie pratiche utopiche. La comunità si costituisce attraverso esperienze affettive condivise, rituali collettivi, celebrazioni pubbliche e pratiche di visibilità reciproca. In questo senso, la serie mostra come la gioia, il piacere e la festa possano diventare strumenti politici di costruzione comunitaria.
Muñoz sostiene infatti che la speranza, il desiderio e il piacere siano elementi fondamentali delle pratiche queer e comunitarie, poiché permettono di sottrarsi alla logica neoliberale dell’isolamento, della competizione e della colpa. Infatti i personaggi della serie, non diventano forti nonostante la loro vulnerabilità, ma proprio attraverso la condivisione di essa. La cura emerge come processo relazionale e reciproco: i membri del cluster sopravvivono perché imparano a dipendere gli uni dagli altri, mettendo in comune competenze, emozioni e memorie.
Autrice: Francesca Cannone
